SCOLLINARE. UN ALTRO MODO DI CAMMINARE

[scol-li-nà-re] v.intr. 1. passare al di là di una collina, un’altura; 2. oltrepassare, superare un limite

Ci sono valli meno incavate di questa, dove balze e terrazze non son così rare. Crescendo in questo anfratto scavato dal ghiaccio e vivendo non sul fianco dei monti ma sul fondo, come un pesce nel letto di un fiume, gli occhi ed il cuore si adattano presto a un cerchio di pietra che stringe e soverchia. Fai l’abitudine a guardare in alto, il cielo dell’ovest stretto tra due irte pareti e sovente spazzato dal vento.

L’infuriare del foehn porta sulle cime nuvole nere come pietra, che piovono ghiaccio sui picchi e allungano l’ombra su pascoli e alpeggi. Ma nel mezzo di quel livido cielo, sul fondovalle si spacca un corridoio d’azzurro che pare la Madonna abbia steso il suo velo. Un timore sacro viene a guardarlo, come ogni cosa ch’è santa: subito polvere e terra entran negli occhi, le raffiche tolgono il fiato.

Passato il vento, una quiete di cristallo pervade ogni cosa; la Valle e i suoi i monti paiono davvero una terra benedetta. Quasi dimentichi ciò che non va, quel rombo sul fondo, e vai a camminare, sapendo che i tempi son lunghi, la destinazione lontana. Io sono qui, la cima lassù: “Ce la devo fare!”, dici come di un sogno, o della vita stessa. La volontà che la montagna innerva nell’anima funesta e sconquassa ogni istante. Quando pensi come una montagna, racconti te stesso per immagini, e sono immagini alpine.

Ma arriva il giorno che, per caso, ricordi le colline.

Per me fu il Roero per primo, dove la linea del Tanaro, presso Montà, spezza la piana e affonda tra le rocche e le vigne. Poi la Langa di Fenoglio, Pavese e Revelli, disperata e ribelle. Quindi i poggi lucani, oggetto di speranza e innocenza. Infine le selve selvagge del Molise, punteggiate di templi. Questo tempo strano mi ci ha fatto tornare, sulle colline: dietro casa, ancora e ancora, a perlustrarle in lungo e in largo ed a scriverne.

Un tratto accomuna questa, quelle, tutte quante le colline, ed è il cielo che splende vasto e chiaro. Io mica ci sono abituato, perché è aperto a ventaglio, senza limiti né qui né di là; pare d’esser ancora più in alto, ancora più vicino. Nuvole grasse incrociano sopra il paesaggio, passeggiano pigre e serene proprio come i cinghiali nascosti nel garbuglio dei boschi. Il naso dei cani sta in basso e va in cerca, mentre io inseguo le nubi con gli occhi.

Qui, sul selciato, incontri ombre, salamandre, grappoli di succulenta gaggia. Ti piove in testa e va bene, vai avanti lo stesso, perché il reggipoggio sostiene il morale, il montare e calare, l’ondeggiare tra un boschetto ed un prato. La collina non è inesorabile: non sfianca, rifugge anzi gli eccessi. In cima alla salita passeggi, riposi, ti lasci cullare come una barca nel bosco. La collina non avvelena i pensieri come la piana, né li estingue come la montagna. La collina induce pensieri modesti e piaceri.

Sale in collina non chi è in cerca di pace, piuttosto chi in pace già vive.     

La collina libera il cuore dai pesi trascorsi, da vecchie pastoie, da anime stanche e impegni stantii. Niente rotola via, niente frana e tu scappi: semplicemente si stacca e rimane a marcire dietro una curva. Tu prosegui la parabola dolce, zigzagando leggero verso l’ultima luce, dove onde verdi diventano azzurre, nuvole s’alzano e forse son boschi, forse il cielo è sceso sulla terra. Tutto è puro e celeste, non sai più cos’è il bene ed il male. Scollinando t’affacci, e il tuo volto non è più volto, si perde nel bagliore, s’è fatto collina anche lui.


Di Luca Bugnone

Amante dei linguaggi che trascendono le parole, sono un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma narrativa.

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