DANZA CLASSICA

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L’avvenire sarà nei boschi e nell’acqua, vicino a bestie amate e che ci amano: oppure non sarà.
ANNA MARIA ORTESE

Scrivo con la luna piena, inseguendo una licantropia mai sopita: non in me, in nessuno di noi, esseri ibridi tra macchina e scimmia. Lei invece dorme, pancia all’aria, nella sua cuccia. I termosifoni sono accesi, la casa tiepida e silenziosa in questa sera d’inizio primavera. Dorme sapendo la tana sicura: ci sono io a sorvegliarla—in realtà l’antifurto. Tanto, va detto, il nostro gregge è una pecorella di peluche, chi vuoi che l’assalga?

Allora mi chiedo: che ne è della danza? L’alleanza ancestrale iniziata quando cane ed umano si sono incontrati, cadiamo in errore credendola parente dei tanti incantesimi di domesticazione di piante e animali tentati e riusciti, allorché la terra era già cosa nostra. Il cane, noialtri, non l’abbiamo conquistato, avvicinandolo pian piano come il Piccolo Principe ha avvicinato la volpe. L’abbiamo incontrato, e ci siamo scelti.

La relazione col cane ha radici in un tempo più remoto di quel che comunemente si crede. Non poche migliaia di anni, piuttosto qualche decina di migliaia, perlomeno 30.000 anni prima della rivoluzione neolitica, quando noi tutti erravamo per il mondo inseguendo gli stormi, le stagioni e le mandrie, cacciatori di sussurri, maestri raccoglitori e custodi. Con noi viaggiavano i lupi, nomadi anch’essi alla conquista di territori sempre nuovi. Fuori gli accampamenti lasciavamo rifiuti che i branchi accettavano, ululando alla luna e rendendo anche noi, così, priori di terre novelle.

Si conviveva, ci si adottava a vicenda: i lupi si facevano cane, gli uomini lupo.

Diventammo un tutt’uno, come bruchi con la pianta nutrice che paziente li sfama per tradurli in farfalle. Noi la vista, loro l’olfatto, insieme un organismo perfetto in grado di porre il sigillo su qualsiasi natura. La guardia, la pastorizia, la ricerca… tutto questo è venuto più tardi. C’è chi come Roberto Marchesini pensa, anzi, che fu proprio il lupo, entrando nella dimensione umana, a far aggallare certe invenzioni. I lupi non impararono a lavorare per noi. Fummo noi addomesticati da loro: 

“Uomo e cane sono le due facce della stessa medaglia evoluzionistica. Sarei quasi portato a parlare di una sorta di coevoluzione.[…] Sono propenso ad affermare che tra uomo e cane vi sia stata una sorta di domesticazione reciproca.”

La presenza del cane ci ha consentito di evadere le “pressioni selettive”, di fuggire pericoli e tensioni che avrebbero diversamente conformato i nostri comportamenti—come stanzialità e pastorizia—possibili solo grazie alla presenza del cane. L’abitudine a lunghe, quotidiane stagioni di sonno, quelle serene 6-8 ore per notte, è stato il cane a regalarcele, facendo da sentinella al posto di un povero cristo. Il cane ha inventato e continua a inventare nuove complicità grazie alla curiosità della sua specie, alla sapienza di branco.

Talvolta ho vergogna. Penso che Heidi, chiamandomi con un colpetto di naso o cercandomi stendendo le zampe e inarcando la schiena mentre siedo al computer, oppure, ancora, guardando di sbieco e invitandomi al gioco abbaiando, prima o poi cederà, smetterà di tentare, e lascerà che io trascorra la vita che ho scelto, che abbiamo scelto un po’ tutti, lontano dall’erba e dal sole se non per poche ore al giorno.

Ma ho avuto la fortuna, da cucciolo anch’io, di crescere in campagna in compagnia dei cani, in un tempo lontano dagli schermi digitali, in uno spazio estraneo agli schemi urbani.

Non ho dimenticato, e lei mi spinge a tornare, più ancora di quanto abbia fatto negli anni, ai luoghi del cuore. Anche noi, d’altronde, siamo maestri nell’“apprendimento sociale”, ci lasciamo forgiare dall’ambiente in cui siamo. Nel corso della nostra lunga età evolutiva, la nostra infanzia di specie, abbiamo imparato a imitare il cane costruendo un’identità che in parte ancora sussurra, s’afferma, e trionfa in chi troppo umano non è, e ha voltato le spalle ai rottami del mondo.

Donna Haraway  ha scritto che “il possesso—la proprietà—è questione di reciprocità e di accessibilità. Se io ho un cane, il mio cane ha un umano”. E non si scappa. Mi disarma e stupisce piacerle, che cerchi da me protezione, o sentire il suo corpo cercare il mio corpo, sentire il suo amore. Provo a onorare il nucleo portante di questa alleanza, di questa danza che tempo e spazio hanno costruito tra specie compagne, fino a noi due, una diade che inspira ed espira, accogliendo a seconda dei giorni i suoi e i miei amici, inventando giochi nuovi, riscoprendo sogni immortali.


Di Luca Bugnone

Amante dei linguaggi che trascendono le parole, sono un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma narrativa.

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