GLI OCCHIALI

Una roba scritta in un’ora, una sera di novembre, dopo una serata un po’ brilla. Fantasmagoria che coniuga il virus e gli occhiali prismatici d’arrampicata e va oltre, dove non conviene guardare. Si può pubblicare ora che è caldo, alcune cose sono diverse, altre le stesse, e continuo a correre.

Prima inseguivo il sole, ora non più. Uscivo al crepuscolo e raggiungevo il parco che andava vuotandosi, che andava smarrendo le voci. Restavo io, restavano i corvi, una nebbia che saliva indefessa, e io l’affrontavo. Ora non più. Ora preferisco il buio. Ho abituato i polmoni al freddo, gli occhi all’oscurità. Un gelo nero, e io gli corro incontro. Corro, nella notte.

Le scarpe senza lacci—paiono un paio di calze—sono immacolate. Non piove da settimane. Il ghiaccio sembra aver imprigionato le nefandezze del mondo, ogni infamia taciuta o gridata. So che non è così, perché continuo a sudare. Cerco di ricordare a me stesso che la purezza non appartiene ai corpi umani, ai corpi vivi, di carne calda. Questo tempo mi ha insegnato, neanche a dirlo, a disprezzare il corpo più di qualsiasi religione. Ogni corpo è un’insidia.

Di maglia e pantaloni termici, guanti e berretto, non so che farmene. L’inverno voglio mi entri nelle ossa. In canottiera e pantaloncini, nel ghiaccio, tutto scompare. Il deserto gelato ti spezza le ossa. L’inferno si prende debolezza e sofferenza. Non ascolto musica, non mi interessa. Ascolto lo sbatter dei denti, lo scheletro della mia anima andare in frantumi.

Niente. Non deve restare niente. Meno di quel poco che c’è.   

Esco di casa. Prendo la corsia disegnata sul selciato per chi scende e chi sale. Non c’è anima viva, ma inforco gli occhiali. Non si sa mai. Abbiamo tutti imparato, docilmente, a obbedire, a non porci domande, e soprattutto a non farne. Abbiamo tutti imparato a dubitare, e va bene. L’autorità raccomanda di essere prudenti, la prudenza è una virtù cardinale. La paura, invece, è un atto eroico. Oggigiorno chi ha paura sa di esser migliore di chi non ne ha, e cerca occasioni per moltiplicarla. Così l’eroe perpetua se stesso, assieme al suo orrore.

Io non sono un eroe. A me piace correre, semplicemente. E non voglio rischiare che qualcuno mi urti; che il telefono squilli, imponendomi il confinamento. Voglio tenerlo spento, trattenere il respiro passandoti accanto, indossare gli occhiali. Lasciatemi in pace. Lasciatemi solo. Lasciatemi correre.

Lasciatemi l’autorità di me stesso.

Dicono che tutto sta funzionando come dovrebbe. Dicono che andrà tutto bene, a patto che rispettiamo le regole. Dicono che non c’è possibilità che superi le barriere interspecie. Tuttavia, per sicurezza, dei sacrifici sono stati necessari. Ce la faremo.

Nell’aria è l’odore di foglie, odore di brina. Penso che il mio respiro avrà quell’odore; a baci con quel sapore. Labbra di neve. Quanto tempo è passato? Penso a chi rischia ogni giorno, alle colonie là fuori, a chi non cede, non ci crede, a chi combatte e continua a morire. Ma l’autorità sta vincendo. È un dato di fatto. Che senso ha lottare? E per cosa? Per che libertà?

Là fuori, dicono, nessuno porta gli occhiali. Difficile crederlo. Che cielo si vede là fuori?, mi chiedo, io che non vedo altro dai miei piedi, il metro più avanti.

È stato facile abituarsi a questo eterno presente, rinunciare a ciò che caratterizza la nostra umanità così fragile: riflettere su passato e presente, concepire universi trascorsi o a venire. Non più. Qui e ora, meditazione, illuminazione.

Ricordo il cielo d’un tempo, prima di tutto, riflesso negli occhi. Mamma diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima.

Anche dagli occhi, ci han detto. Si trasmette attraverso lo sguardo. Non dobbiamo guardarci.

Se avessi coraggio strapperei questi specchi che mi mostrano solo la terra e alzerei gli occhi alle stelle. Per vedere tutti quegli occhi guardarmi, per una fiamma che scaldi.

Occhi solo per me.

Di Luca Bugnone

Amante dei linguaggi che trascendono le parole, sono un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma narrativa.

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