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Meditazioni

UN SOGNO GELIDO

il
09/01/2021

Can you see, by the dawn’s early light,
What so proudly we hailed at the twilight’s last gleaming?

THE STAR-SPANGLED BANNER


Parole e azioni

Degli Stati Uniti non ho visto le metropoli scintillanti ma una cittadella di quattro strade aggrappata a un campus senza alcun primato da vantare. Un posto dove i bambini dondolavano dagli aceri su copertoni d’auto, con un orto comunitario e un mercato dei contadini, due diner, omaggi ai veterani e dappertutto bandiere a stelle e strisce. L’America che dicono “profonda”, difatti ci sono voluti tre aerei per raggiungerla, l’ultimo poco più grande d’un piper. È stata un’immersione tra abissi di colline battute da trattori e seminatrici del “Potato State”, l’Idaho repubblicano.

Mentre nelle città si festeggiava il riconoscimento dei matrimoni egualitari da parte della Corte Suprema, esponenti di varie etnie e minoranze affiliate alle università del mondo si riunivano tra le campagne per l’XI conferenza biennale dell’Association for the Study of Literature and Environment (ASLE). Alcuni credevano di salvare il pianeta, altri di cambiarlo raccontando i cambiamenti climatici, le questioni di genere, le lotte per diritti civili. Tutti dentro una capsula spazio-tempo-materiale (come si diceva lì) calata in territorio alieno.

Quella torre d’avorio progressista ragionava sulla complessità di fenomeni e cose, ma il mio punto di vista era acerbo. Sentivo mancare la fatica e la terra. Si parlava di corpi, ma trovavo menti e basta. E in tutto quello scrivere e riscrivere destini, mancava l’attenzione per il referente, un dialogo con il fuori e le “persone normali”. Certi linguaggi avrebbero potuto essere compresi solo dai peers, quei colleghi che di fronte alle mie richieste di chiarire quale fosse il prossimo passo, la prassi oltre la teoria con la quale declinare questa o quella tesi, rivendicavano il “diritto al pensiero puro”. 

Veniva ribadito il nesso tra discorsi e azioni, eppure le idee e i sogni nel quotidiano non attecchivano, sembrava svaporassero. “Puoi vedere alle prime luci dell’alba ciò che abbiamo salutato fieri all’ultimo scintillio del crepuscolo?” recita l’inno nazionale degli Stati Uniti d’America. Ciò che è sacro spesso sfugge a chi è immerso nel suo dentro: non può capire quel che sta all’esterno. L’epoca di parcellizzazione, individualismo e cultura dell’annullamento tende anzi a cancellarlo. Nessuno oltre a noi avrebbe capito le nostre parole, e forse l’incomprensione sarebbe stata reciproca. Serviva una traduzione.


Vero e falso

In quella stessa America, sei anni dopo vedo il Presidente incitare un assalto organizzato al grido “Hang Mike Pence!, sventolare bandiere degli stati confederati (ex schiavisti, per intenderci), un patibolo sotto il Campidoglio. Ho provato le stesse emozioni assistendo ad altri episodi di violenza: l’oltraggio a ciò che è stato creato, generazione dopo generazione, come in una grande saga familiare. Che dovrebbe essere sacro, non per partigianeria politica, e suscitare commozione e rispetto anche in chi stenta a comprenderne il valore.

L’anno appena trascorso ha svelato la capacità dell’essere umano di attraversare situazioni complesse appellandosi a sicurezze e rituali di poco conto, “piccole cose” sulle quali modella una zona di comfort. Il procedimento è analogo agli algoritmi digitali che costruiscono per noi un diario quotidiano sulla base di credenze e speranze, teorie e categorie per le quali abbiamo espresso delle preferenze. C’è chi, consapevole dell’incantesimo, va in cerca di incontri ed esperienze differenti. Tuttavia ci sono anche coloro che, più fragili, confermano e riconfermano acriticamente ossessioni e paranoie ingozzati da una propaganda che diluisce vero e falso e inganna l’esercizio del libero arbitrio.

L’Accademia, tempio del pensiero critico, ha il pregio di abbracciare la complessità, però anche la debolezza di non sapervi rinunciare.

La capacità di sintetizzare la complessità e di raccontarla temperando gli opposti è propria della politica. Gli scaltri hanno compreso l’antierotismo del difficile; alcuni addirittura cavalcano la seduzione esercitata dai complotti come i Protocolli dei Savi di Sion e le rivelazioni di QAnon per offrire risposte rapide e radicali in cui si resta facilmente invischiati. I linguaggi digitali contemporanei sono il veicolo perfetto per j’accuse e wannabe tiranni. Il 6 gennaio il legame tra discorsi e azioni si è incarnato di nuovo a Washington.

Realtà, complessità, iperrealtà

I simboli attorno ai quali il pensiero s’aggrega sono fragili e difficili. La corrente sembra dirigere tutti noi come uno stormo verso una digitalizzazione troppo rapida e azzardata. La virtualità offre un surrogato dei colori del mondo cui ci siamo assuefatti pensando che rendesse tutto più semplice, ma ne ignoriamo gli esiti nefasti. Il primo ritorno dalla grande simulazione sono stati i trionfi elettorali dei movimenti populisti, l’ultimo lo sparatutto di Capitol Hill. Dopo la bulimia virtuale del 2020, all’alba del “tutto tornerà come prima” occorre considerare che ciò che era potrebbe peggiorare, se ancora non l’ha fatto.

Se il proposito delle incursioni nell’universo digitale è attingere conoscenza, non andrebbe tuttavia mai inteso come spazio di potenziamento del vero, come “realtà aumentata”. La realtà è intricata, talvolta impenetrabile, ma completa com’è. Il web altro non è che una galleria di specchi delle brame, di chimere inesauribili per uno stormo potenzialmente incapace di distinguere vero e falso, ricerca e menzogna. L’affermarsi di una iperrealtà senza odore e senza regole, di uno spettro agile, trasformerebbe pure il nostro in un sogno gelido e noi tutti in intelligenze artificiali.

Dobbiamo opporgli sentimenti, gesti e cuori. Tempo e spazio, soprattutto, per dar corpo ai nostri sogni luminosi.

“Niente ci fermerà… possono provare e provare e provare ma la tempesta è arrivata e scenderà su DC in meno di 24 ore… dal buio alla luce!” aveva scritto Ashli ​​Babbitt, veterana dell’aeronautica e sostenitrice di Donald Trump, il giorno prima di andare incontro a un proiettile. Le sue erano idee rabbiose, confuse, partorite dal buio e strisciate dentro la Citadel of Liberty. Stacchiamo la spina, meditiamo sulla direzione presa e correggiamo questa follia misurando idee, parole e azioni. Dagli abissi saliremo alle stelle; dal buio, davvero, torneremo alla luce.

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LUCA BUGNONE
Torino, IT

Sono un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma letteraria, un animale narrativo che tenta di dar voce a ciò che non ha voce. Aggregato di storie e materia, di pensieri e d’istinti, sono essere e terra: storyterrae.