L’ACQUA È L’AMORE

“L’amore che sento per lei. Non so dove… metterlo, adesso.”
“Lo prendo io.”
[Ride]
“No, sul serio. L’adoro. Lo prendo io. Tu me lo devi dare.”
[Ride e piange] “Okay.”
“Deve andare da qualche parte.”

Phoebe Waller-Bridge, FLEABAG


Un’amicizia che si spezza, una storia che finisce, un lutto. Usiamo in tutti i casi la parola “perdita”. Ho perso un amico, ho perso il mio amore. Ho perso mio padre. Abbiamo fallito, perso noi stessi. L’oggetto del nostro amore, della nostra devozione, la bussola del quotidiano scompare, tutto a un tratto non c’è più, è perduta. Siamo perduti. Soli.

Perdiamo l’oggetto, però, non l’amore. Solo se la fiducia viene a mancare o se si è stati traditi il sentimento sarà insozzato, violato, perduto. In caso contrario, non diminuisce. Resta intatto. L’amore che sentiamo si dis-perde, sembra quasi esaurirsi con il tempo. Nell’ipotesi più rosea, ne rimane un ricordo buono.

Un sentimento è materia sottile, ma pur sempre materia. Se nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, dove va, allora, l’amore?

Ariosto diceva che tutte le cose perdute, preziose o insulse, finiscono sulla luna, tra “altri fiumi, altri laghi, altre campagne”, tra “altri piani, altre valli, altre montagne”. In particolare ciò che si perde per mancanza nostra, o per colpa del tempo o del destino, si raduna in un vallone “fra due montagne istretto”. Seguiamo Astolfo lassù. Cosa vediamo?

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco.

“Ciò che in somma qua giù perdesti mai”, garantisce il poeta, “là su salendo ritrovar potrai”. Potendo planare sul volto bianco della luna come nell’Orlando Furioso, troveremmo certamente ciò che abbiamo smarrito. Chi lo sa. In un paesaggio tanto alieno da sembrare la luna, nel Nord di ghiaccio e fuoco io vidi, o mi parve di vedere, il vallone ingombro di cose perdute.

Il ghiaccio custodisce la memoria di ciò che è stato. È uno scrigno di sentimenti climatici, ambientali e atmosferici (temperatura, gas serra, inquinanti prodotti dall’essere umano): dati utili alle analisi dei tecnici, che ai poeti non interessano. Loro si aggrappano a simboli e segni. Ai poeti piacciono le piccole cose che spiegano le grandi, come l’amore. Guardando il ghiaccio cercano risposte.

Il ghiaccio spiega l’amore, rivela dove va a finire. Il ghiaccio è parte del ciclo primordiale che unisce terraferma, oceani e atmosfera: il ciclo infinito dell’acqua. Ingrediente fondamentale del corpo del pianeta e dei nostri corpi, componente della vita sprigionata assieme al magma, alimentata dal sole e costretta dall’abbraccio della gravità, l’acqua è la stessa da 4 miliardi di anni. Era lì al principio, è ancora qui.

L’acqua è l’amore, l’amore è acqua. Descrivi uno e l’altra con le stesse parole, ma l’ausilio di termini aggiunge e aggira senza tradurre, senza dir niente. Inafferrabile, incontenibile, inodore, insapore. Essenziale e immortale, cambia direzione, passa di generazione in generazione, trova altre strade, disseta, muta, congela, svapora. Alle volte investe come un’onda di piena, altre nevica sul cuore.

Non cerchi altrove chi ha perso un amico, chi ha perso l’amore, chi ha perso il papà. Non guardi la luna. Continui ad andare, sapendo di avere in sé ciò che ha perduto.

Di Luca Bugnone

Amante dei linguaggi che trascendono le parole, sono un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma narrativa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.