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    IL GRANCHIO E LA FARFALLA

    Scivolo tra le tue dita come acqua.
    Osservare la mia vita anche a me pare
    acqua che si disfa, scompare.
    C’è qualcosa di sbagliato in me?
    Questa smania d’esser libero, inafferrabile
    non consente a me per primo d’afferrare niente.

    L’immagine del granchio e la farfalla è il tassello di un progetto grande come una casa che ho in testa dai miei diciott’anni. Italo Calvino scriveva nelle Lezioni americane che i due animali, inclusi in un emblema, sono due forme “entrambe bizzarre ed entrambe simmetriche, che stabiliscono tra loro un’inattesa armonia”. Calvino amava gli accostamenti di figure “incongrue ed enigmatiche come rebus”, e granchio e farfalla incarnavano il motto latino “Festina lente”, affrettati lentamente: un ossimoro pieno di significato.

    Nulla resta, tutto cambia:
    è la realtà del saggio, dell’eremita, del santo
    o del vigliacco?
    Una vita solitaria, sterile, che muore con me,
    continuerà, per quel che mi è dato di sapere
    e narrare, soltanto in un libro.

    Certo di non sapere e sereno, non so.

    Come in un bel mito fondativo, granchio e farfalla appartengono a mondi alieni l’uno all’altro: coesisteranno senza mai perdersi, si legheranno senza mai confondersi, alle volte a fatica, altre producendo una “inattesa armonia”. Il granchio e la farfalla, per me, sono incarnazioni di condizioni interiori, e descrivono un certo tipo di relazioni. Perché esistono relazioni simbiotiche in cui i due elementi si fondono uno nell’altro arrivando a stemperare le differenze e a somigliarsi persino fisicamente—non si capisce più dove finisce uno e l’altro inizia—; altre invece conservano le differenze gelosamente, talvolta tra lotte e sofferenze.

    Guardo chi ha costruito fino a qui, fino a me.
    Un fiume di generazioni si arena
    o semplicemente scorre
    e aggalla in nuove forme: mio nonno, mio padre, me stesso.
    Tutti noi, anelli e onde nel manto
    delle cose grandi che non sappiamo, non conosciamo
    né capiremo mai.

    Qual è la relazione giusta? Qual è la “persona giusta”? C’è chi dice che non esista, che si diventa tali per qualcuno col duro lavoro; altri sostengono che nella vita si abbiano soltanto tre possibilità; altri ancora che l’amore si incontra una volta soltanto, e tutto il resto è compromesso. Io non ho una risposta. Per me è abitudine andare alla deriva tra mille dubbi e realizzare la risposta solo a distanza di tempo, guardandomi indietro. Una risposta arriva quando tutto è andato come doveva andare, e perciò è andato bene. Se non va bene, mi dico, non è ancora la fine. Tutto qui.

    E disse lei, ch’era di poche parole,
    che non credeva nelle parole:
    dirsi inafferrabili, intangibili, polvere di stelle
    ci lega. Chiunque mi toccasse
    m’ucciderebbe. Così tu:
    chiunque provi a prenderti
    avrà niente. Entrambi,
    non resta che guardarci.

    Finir bene non corrisponde a “lieto fine“. Finir bene può implicare che il granchio e la farfalla voltino le spalle l’uno all’altra e se ne tornino uno tra le onde, l’altra nella luce. Il granchio avrà smesso di voler trascinare la farfalla nel mare, la farfalla di pretendere che il granchio metta le ali. Saranno indifferenti l’uno all’altro, e felici coi propri simili. Un’altra possibilità è che il granchio stia sul suo scoglio, a chiuder gli occhi ogni volta che la spuma di mare lambisce il suo sorriso, mentre la farfalla svolazza tra le ginestre, cantando, e gli volteggia attorno. Entrambi a raccontare la meraviglia dei propri mondi irradiati dallo stesso sole, sereni e grati di ciò che sono, e di quell’inattesa armonia.

    E noi, così diversi
    pure siamo fatti della stessa sostanza.
    Possiamo amare ciò che siamo, sognarci

    e ritrovarci in sogno, perché un sogno non scompare,
    solo è sogno, esiste in quanto è e non è altro
    null’altro gli si chiede, se non d’esser sognato.

    Aria, questo è il sogno.

    2 Comments

    • anna garelli

      Bonheur, Luca! Mi pareva che per essere un animale narrativo fossi lento come...un granchio. Poi ho letto e riletto la tua ode sull'amore tra differenze...e forse ci ho messo il medesimo tempo tuo nello stenderla. E magari la stessa emozione di possedere 'le parole per dirlo'. Le parole sono farfalle, secondo me. E ci si può giocare, innamorarsi e farci l'amore. Io ho quasi paura di loro, sono spesso inafferrabili, evanescenti, non si sa da dove vengono e dove possono andare, cariche di un polline misterioso. Così lascio occasioni come questa, per non volare troppo lontano. Chiacchero con gli animali e chiedo scusa di non sapere più il loro linguaggio. Li abbraccio e dormiamo insieme. Ci capiamo. Si chiama regressione, sai com'è: anche per me viene subito sera. Tu stai sempre di fronte alla Sacra di san Michele? oltre a sognare e giocare con le parole, hai messo su casa? Ti confermo che è necessario pensarci per tempo. Chi non ce l'ha, finisce come le farfalle... irradiata dallo stesso sole anna

      • Luca Bugnone

        Anna! Rispondo con mesi di ritardo... difficoltà tecniche, diciamo così, che mi hanno nascosto questo tuo commento. Grazie mille! Le parole sono esattamente quanto descrivi, evanescenti e tonanti al contempo. Invidio con te i silenzi carichi di saggezza degli animali, abbracciando, purtroppo, troppo pochi di loro. Vivo a Torino ma col cuore sempre in Valle: qui una casa c'è, ma è venuto il tempo di tornare dove ci sono più spazi, più silenzi, meno parole. Un grande abbraccio

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