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Letteratura Meditazioni

STORIE DELLA TORRE D’AVORIO

il
28/05/2020

UNA FORTEZZA NEL CIELO

Tra ciò che amo e sento affine, assieme allo studio e poche cose, c’è lo storytelling o istinto narrativo, incarnato da alcuni simboli affissi alle pareti. Il primo è una stampa incorniciata dei “padri della patria”: Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Cavour e Cialdini, esempio di come chi ha per le mani una buona storia può conquistare il mondo. L’ultimo della sbirraglia, misconosciuto a chiunque abbia familiarità col Risorgimento solo per via della canzoncina Garibaldi fu ferito e di due o tre pagine del sussidiario, era negletto anche nei racconti del nonno, cui la stampa apparteneva e che col nipote e molti anziani pari suoi condivideva la passione per il racconto.

Enrico Cialdini fu militare di rilievo alla corte savoiarda, artefice dell’assedio di Gaeta e protagonista della durissima repressione del brigantaggio postunitario, altrimenti detta Prima guerra civile italiana: migliaia di fucilazioni e prigionieri, case e paesi dati alle fiamme, saccheggi e deportazioni. Cialdini spicca per efferatezza, inviso agli storici neoborbonici e ai nostalgici delle Due Sicilie, una figura ricorrente tra le notazioni sullo sterminio degli ultimi soldati di Franceschiello e tra le fole più o meno sbugiardate come il “lager di Fenestrelle“, la Fortezza Bastiani della monarchia piemontese impallidita e poi reietta.


LA PAGODA DEL SAGGIO

Come tante cose liete o ripugnanti, Cialdini rappresenta un rimosso nella memoria nazionale, ansiosa di purgarsi dei peccati e così dimentica delle virtù. E Fenestrelle, “Muraglia cinese d’Europa”, fa da ponte a un secondo cimelio, trovato accanto alla spazzatura qualche mese fa e innalzato al rango di decorazione: un ricamo di un componimento di Mao Tse-tung, altro Cialdini ma più raffinato, giacché alfabetizzò il 60% del suo popolo prima di trucidarne una bella manciata. “Libro e moschetto” si diceva pure in quel di Cina, e sotto il braccio si teneva il Libretto rosso del Presidente, una collezione di aforismi tratti da articoli e discorsi pubblicato nel 1963.

Il Libretto rosso di Mao divenne molto popolare anche in Europa. Meno celebre rimane, invece, la raccolta di poesie pubblicata nel 1957.

Mao fu politicamente radicale e artisticamente conservatore, un connubio (o “combo”, come si dice oggi) comune a molti dittatori, tanto che il traduttore Arthur Waley definì la poesia di Mao “non pessima come i dipinti di Hitler, ma non buona come quella di Churchill”. Mao fu fedele alla metrica tradizionale cinese, la forma tz’u, propensa ad essere musicata. In una lettera giustificò la lunga reticenza alla pubblicazione dovuta al timore che questa sua scelta stilistica potesse promuovere un ritorno a un rigido classicismo, esercitando una cattiva influenza sui giovani e ingabbiandone i pensieri (sic!). La poesia della stampa ritrovata è del 1927, intitolata La Torre della Gru Gialla.

Nove vasti fiumi traversano la Cina,
una linea di ferro da nord a sud la taglia.
Pioggia, nebbia, grigio, immenso grigio.
Sassi serpi e testuggini serrano
il grande Fiume Azzurro.

Dove s’è involata la Gru Gialla?
Solo resta l’ostello dei viandanti.
Alzo la coppa di vino al fragore del fiume,
alta come l’onde s’alza la marea del cuore mio.

Si dice che Wang Zi’an, un saggio taoista, abbia sorvolato la Collina del Serpente a dorso di gru sulla via per riunirsi agli immortali. Una pagoda fu eretta nel 223 d.C. per commemorare il suo passaggio, e da allora divenne meta di pellegrinaggio per accademici e poeti. Bruciata e demolita innumerevoli volte, la Torre della Gru Gialla venne plasmata nella forma attuale nel 1981. Si trova sul Monte Sheshan, tra lo Yangtze gonfio delle acque dei suoi nove tributari e la moderna ferrovia. Dalla cima si gode una splendida vista sulla torre televisiva della Montagna della Tartaruga e dell’intera città di Wuhan. Ironia della sorte, un componimento che coniuga sapientemente mitologia e modernità ritrovato poco tempo prima della pandemia è dedicato proprio al suo epicentro.


CRISALIDI E REGNI

Del color avorio della stampa ho tinto, settimana dopo settimana, l’intera casa, al contempo riflettendo su ciò che finito il ritiro avrei portato appresso e ciò che invece sarebbe scivolato via. L’avorio è lo stesso, luminoso ma non immacolato, di un’altra torre, questa volta immaginaria: quella dell’Infanta Imperatrice di Fantàsia, la reggente dei destini cui Bastian, ne La storia infinita di Micheal Ende, deve dare un nuovo nome per salvarla. Ed è il colore delle pupe di Pieris rapae ormeggiate in giardino in questi giorni, simili a piccoli draghi addormentati. Prima di quelle, grassi bruchi verdi hanno scalato lentamente i muri in cerca di rifugio, si sono soffermati lì, disponendosi al sonno.

Chiusi nelle loro torri d’avorio sono maturati, hanno messo le ali, e ora si librano sui fiori del giardino assieme ad altre meraviglie alate e non. Ho atteso ed osservato, ma sono emerse nottetempo, lasciando una perla accanto al loro ospizio, traccia di quel brodo ricco, pieno di ricordi, essenza della vecchia vita. Una lacrima, la quale in loro come in noi sempre segna la nostalgia di ciò che è stato e precede l’abbraccio a ciò che è nuovo. Che si teme, molto spesso, ma si raggiunge solo in volo, come il saggio taoista. Così mi guardo intorno, le pareti lattescenti del mio spazio, chiedendomi se anch’io, in fondo, non stia sognando in un pupario adorno di mosaici e meraviglie, raccontando loro e tutti noi nell’abbraccio della mia torre d’avorio.

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