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    NON SARÀ PIÙ COME PRIMA

    Che non sarà più come prima me l’ha detto una cassiera una sera.
    Non sarà più come prima”, ha detto un po’ triste, passando la merce.
    Io che ho risposto? Niente, mi pare, o forse “Vedremo”.
    Ma non sarà più come prima, aveva ragione.
    Quando tutto sarà passato non torneremo alla vita che era
    al mondo che è stato: a scuola, al lavoro, a pregar la bandiera.
    No. Siamo ora nel guado, tra il vecchio ed il nuovo
    c’è chi si lamenta, chi piange e si strazia per la nostalgia
    come per un pupazzo il bimbo dà calci e scapriccia.
    C’è il patriota, libro e moschetto: “Resisto anche io, come i padri!
    e dire che i padri eran fuori a tremare
    e la loro paura era ira, non pingue e vigliacca.
    C’è poi uno che attende, paziente, e riflette
    sul fatto che in tanti hanno atteso ed attendono
    da anni, da sempre, lasciati a sperare
    e che mica ti è dato veder quel che viene,
    quando appena si scorge quel che se n’è andato.
    E non tornerà, non tornerà. O almeno lo spero.
    Lasciatemi il bombo intento a farsi la casa
    la cincia sul ramo, il fior di ciliegio.
    Lasciatemi l’acqua pulita, l’aria serena, la città incatenata.
    Tenetemi all’ombra come un porcellino di terra
    fino a che gli occhi s’abituino al nero
    e vedan le ossa dei tanti, dei troppi, costretti in catene dal nostro egoismo
    dai lampi e dai ragli del mondo defunto.

    Non sarà più come prima, e se ora gli occhi,
    come diceva Giovanni, “non vedono più”,
    guardiamo con gli occhi che son dentro di noi
    occhioni fanciulli.
    Me lo disse la professoressa di letteratura:
    Sei il fanciullino!
    da sempre un po’ una condanna
    a vedere, a indicare, senza mai aver risposta
    a difender la vista come fosse una posta.
    Così oggi mi è dato raccontar questa storia
    come una parabola antica:
    di una mosca in un giorno di pioggia
    nascosta dal freddo sotto un filo d’erba.
    Pensai di salvarla con un poco di zucchero
    Ma avrà fifa”, pensai. “E andrà nella pioggia.
    Così la lasciai riposare tra dita di primula.
    L’ho trovata stamane là ferma, spirata.
    Posso dirlo un dolore? Chissà.
    Posso dirlo un peccato, come un amico passato
    amico di amici che non vedi da tempo
    ma ricordi fanciullo, felice
    una sera d’estate in un prato.
    Peccato conoscerlo poco, non averlo vissuto, non averlo salvato
    ma non c’era trasporto, si vede, aveva poco da dire.
    Come il mondo che è stato.