il
18/04/2019

Dai randagi sul tetto
ho imparato a crogiolarmi nel sole
a pazientare
per un tozzo di pane
a diffidare
dalle virtù così umane:
apparire, appagare, inseguire, pregare.
Da questi leoni che procedono in branco
e saltano angoli e disegnano sogni
di praterie urbane
di savane in mattone
ho capito che basta aspettare tra l’erba
gustare le cose
quel poco che c’è
vivereliberi
insieme o da soli
guardare la luna, cercare le stelle.
Ho stretto un patto
con uno di loro.
Questa leonessa è giovane e fiera
attenta e ritrosa;
il pelo nerastro
nasconde uno strato che si può dire bianco.
Aspetta al mattino
un poco di cibo:
io la mia ciotola, lei la sua
mangiamo assieme, sotto l’alloro.
Ci osserviamo l’un l’altra
per quello che siamo.
A volte mi chiedo, procurandole il cibo
“Mi pensi al vertice
del nostro piccolo branco?”
Di lei penso io
che quel pelo impossibile
traduca e racconti la verità:
chiara luce lucente sotto un velo tremendo
che sovviene ogni tanto a spazzar le illusioni.
Non fosse che stride come nome d’un gatto
e che lei ignora il mio nome
così cercherei il suo amore selvatico.
Tuttavia il nostro patto prevede
poche parole
e anzi un gioco di sguardi
la certezza di ritrovarsi
al mattino sul tetto.

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