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    VERA

    Dai randagi sul tetto
    ho imparato a crogiolarmi nel sole
    a pazientare
    per un tozzo di pane
    a diffidare
    dalle virtù così umane:
    apparire, appagare, inseguire, pregare.
    Da questi leoni che procedono in branco
    e saltano angoli e disegnano sogni
    di praterie urbane
    di savane in mattone
    ho capito che basta aspettare tra l’erba
    gustare le cose
    quel poco che c’è
    vivereliberi
    insieme o da soli
    guardare la luna, cercare le stelle.
    Ho stretto un patto
    con uno di loro.
    Questa leonessa è giovane e fiera
    attenta e ritrosa;
    il pelo nerastro
    nasconde uno strato che si può dire bianco.
    Aspetta al mattino
    un poco di cibo:
    io la mia ciotola, lei la sua
    mangiamo assieme, sotto l’alloro.
    Ci osserviamo l’un l’altra
    per quello che siamo.
    A volte mi chiedo, procurandole il cibo
    “Mi pensi al vertice
    del nostro piccolo branco?”
    Di lei penso io
    che quel pelo impossibile
    traduca e racconti la verità:
    chiara luce lucente sotto un velo tremendo
    che sovviene ogni tanto a spazzar le illusioni.
    Non fosse che stride come nome d’un gatto
    e che lei ignora il mio nome
    così cercherei il suo amore selvatico.
    Tuttavia il nostro patto prevede
    poche parole
    e anzi un gioco di sguardi
    la certezza di ritrovarsi
    al mattino sul tetto.